Cambia prospettiva, amplia il tuo sguardo sul mondo!

Il computer che non doveva più esistere (e che invece hai acquistato tu)

Il computer che non doveva più esistere (e che invece hai acquistato tu)

Nei nostri device tecnologici ci sono miniere, raffinerie, lavoro, risorse, impatti. Sceglierli ricondizionati significa provare ad allungare loro la vita, e a ridurre la domanda di nuovo.


Dentro il “nuovo” computer portatile da cui sto scrivendo ci sono miniere congolesi, raffinerie cinesi, fabbriche di componenti e molte risorse che non vedrò mai direttamente. Prima di arrivare sulla mia scrivania, è appartenuto ad un’altra persona. 

A un certo punto avrebbe potuto diventare un rifiuto: era già stato usato, non era più il modello più recente e avrebbe potuto essere sostituito con uno nuovo. Invece un operatore lo ha recuperato, testato, riparato dove necessario e rimesso sul mercato.

C’è un momento, nella vita di ogni smartphone e di ogni pc, in cui qualcuno decide che è “vecchio” e va buttato o sostituito. Non è rotto, quasi mai. È solo già superato rispetto al nuovo modello, oppure ha smesso di ricevere aggiornamenti, o non regge l’ultima versione del sistema operativo. Eppure, dentro i meccanismi di obsolescenza tecnica, commerciale e programmata, ci sono preziosissimi pezzi di Congo, di Cile, di Cina, migliaia di litri d’acqua, decine di chili di roccia mossa per estrarre pochi grammi di metallo, e il lavoro durissimo di vite e mani che non vedremo mai. Insomma, pezzi di mondo e mondi da indagare

Quando dimentichiamo questi dispositivi in un cassetto, o peggio, li facciamo finire in discarica prima del dovuto, stiamo buttando via molto più di un oggetto.

In questa ricerca e approfondimento dell’argomento, ho voluto capire cosa c’è dietro alle filiere di creazione di pc e smartphone, ma anche cosa succede quando un dispositivo elettronico, invece di essere buttato, viene rigenerato. Cosa significa davvero, in termini ambientali e sociali, allungargli la vita? Ma anche perché la filiera del rigenerato, quando funziona, è uno degli esempi più concreti di economia circolare che abbiamo oggi a disposizione? E perché, quando non funziona, il conto più salato lo pagano persone, comunità e territori che stanno a migliaia di chilometri da noi?

Quadro generale, dati, statistiche, report e tutti i numeri che ho trovato

Prima di seguire il percorso di un device, conviene guardare le dimensioni del problema. Partiamo da una prospettiva macro e dai suoi numeri, così da iniziare mettendo a fuoco i dati più importanti per monitorare il fenomeno e avere un’idea della portata. 

Secondo il Global E-waste Monitor 2024, curato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) e dall’istituto di ricerca delle Nazioni Unite UNITAR, nel 2022 il mondo ha generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici: l’82% in più rispetto al 2010. Se il ritmo attuale non rallenta, si arriverà a 82 milioni di tonnellate entro il 2030.

Ci potrebbe interessare solo il totale, però la parte interessante è il rapporto tra quanto si produce e quanto si riesce a gestire. Sempre nel 2022, solo il 22,3% di quei rifiuti è stato documentato come “raccolto e riciclato correttamente”, e la proiezione ci dice che questa percentuale scenderà al 20% entro il 2030. Non perché ricicleremo di meno, ma perché produrremo molto di più: i rifiuti elettronici crescono di 2,3 milioni di tonnellate all’anno, la raccolta documentata di appena 0,5

In quei 62 milioni di tonnellate ci sono metalli (rame, oro, ferro, cobalto) per un valore stimato di 91 miliardi di dollari (dei metalli contenuti, non quello perso). Di quel valore, ne recuperiamo circa 28 miliardi. I 62 miliardi di dollari che restano, sono la cifra della perdita. Insomma, un settore che va veloce, continua a crescere, sprecare e non investe in gestione, riciclo e rigenerazione.

Nel 2022 l’Europa ha registrato il più alto tasso documentato di raccolta e riciclo formale dei rifiuti elettronici, il 42,8%, pari a circa 7,5 kg pro capite; è anche però quella che ha generato più e-waste pro capite, 17,6 kg a testa, ogni anno.

Il report non misura necessariamente il “miglior riciclo” in senso qualitativo, ma misura la quota di e-waste che risulta formalmente raccolta e riciclata in modo documentato. Il restante 57,2% non è necessariamente tutto disperso: può essere gestito attraverso canali non tracciati, esportato, riutilizzato o trattato informalmente.

Infatti, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente il tasso di raccolta RAEE dell’UE è sceso dal 48,6% del 2019 al 40,6% nel 2022, e solo tre Stati membri hanno centrato l’obiettivo del 65%. Dove sta l’Italia? Il Rapporto Gestione RAEE 2025 racconta di 32,5% nel 2025, esattamente a metà dell’obiettivo europeo. 

Questi dati ci raccontano che in Europa e Italia, c’è la capacità tecnica di riciclare i rifiuti RAEE raccolti, ma c’è una difficoltà formale ad intercettarli e portarli nei canali ufficiali. Molti dispositivi restano nelle case e nelle aziende, finiscono nell’indifferenziato o nei flussi di rottame metallico, sono esportati senza adeguata tracciabilità o gestiti fuori dai canali conformi.

Il Circularity Gap Report di Circle Economy calcola che solo il 6,9% dei materiali che entrano nell’economia globale provenga da fonti secondarie (cioè già recuperati, riutilizzati, ricondizionati o riciclati) mentre il 93,1% è materia vergine. 

Secondo il Global Resources Outlook 2024 del Panel Internazionale per le Risorse dell’UNEP, l’estrazione e la lavorazione delle risorse naturali hanno contribuito a oltre il 55% delle emissioni globali di gas serra nel 2022. La quota supera il 60% se si includono gli effetti del cambiamento d’uso del suolo.

Gli impatti maggiori sono nella produzione, ben prima dell’acquisto e dell’utilizzo

Quando pensiamo all’impatto di un computer o di uno smartphone, immaginiamo spesso il momento in cui lo buttiamo. Ma invece, dove e come si concentrano gli impatti? Più che nel momento in cui li buttiamo, durante la loro creazione. A dircelo con chiarezza sono le diverse LCA (Analisi di Ciclo di Vita) che ho trovato.

LCA Apple ricondizionato

Prendiamo i dati che i produttori di smartphone e pc pubblicano. Per esempio, nel rapporto ambientale Apple, per un iPhone 16 da 128 GB, la ripartizione delle emissioni totali del dispositivo, sono attribuibili per:

  • 80% alla fase di produzione (estrazione e lavorazione delle materie prime, raffinazione, fabbricazione dei componenti, produzione dei chip, trasporto dei materiali e assemblaggio);
  • 18% all’utilizzo;
  • 3% trasporto;
  • e meno dell’1% allo “smaltimento”;

 

Facciamo un po’ di precisazioni su questi dati interessanti, ma con dei limiti.

In primis, si tratta di un’LCA commissionata e pubblicata dal produttore. È utile per descrivere quel modello, ma non sufficiente per “generalizzare” a tutti i modelli o peggio, a tutto il mercato. 

 

L’80% di emissioni in fase di produzione, non è una costante universale per ogni smartphone o computer, ma la percentuale cambia in funzione di:

  • durata effettiva del dispositivo;
  • mix elettrico del Paese in cui viene usato;
  • dimensioni e prestazioni del prodotto;
  • quantità di memoria e componenti;
  • metodo di allocazione delle emissioni;
  • confini temporali dell’analisi.

 

carbon tunnel vision - lca rigenerato

Quel “misero” fine vita che pesa meno dell’1%, riguarda solo impronta climatica stimata da Apple (emissioni di  CO₂) senza dirci nulla sugli impatti complessivi dello smaltimento (tossicità, volumi di rifiuto, materiali persi, impatti su vite umane e non etc). Insomma, una iper-semplificazione. Sappiamo che quando parliamo di “impatti” non ci possiamo limitare alle sole emissioni di gas serra, non ci sono solo quelle.

 

 

Nel suo studio, Apple ipotizza tre anni di utilizzo per iPhone e include nel calcolo il prodotto, gli accessori e l’imballaggio. Se il telefono viene usato per 6 anni anzichè 3, le emissioni annualizzate della produzione si dimezzano, mentre le emissioni legate alla ricarica si distribuiscono su un periodo più lungo.

 

 

Una fase può contribuire poco alle emissioni di CO₂e e avere comunque altri impatti:

  • perdita di rame, oro, cobalto, litio e terre rare;
  • produzione di rifiuti e residui di trattamento;
  • rischio di dispersione di sostanze pericolose;
  • rischi sul lavoro in filiere non controllate;
  • contaminazione di suolo, acqua e aria;
  • mancato recupero del valore economico dei materiali.

 

Impatta di più uno smartphone, un laptop o un pc desktop? e in quale fase?

Risposta breve: nei dispositivi personali la produzione tende a dominare, mentre nei desktop la fase d’uso pesa molto di più e può diventare dominante.

Risposte articolate:

Smartphone. Qui, la maggior parte dell’impronta climatica si forma prima dell’acquisto, durante la produzione di componenti, display, circuiti, batteria e assemblaggio. Una recente valutazione di Fairphone ci dice che circa il 75% dell’impatto ambientale complessivo di uno smartphone deriva dalla produzione che rappresenta circa tre quarti o più dell’impronta climatica del ciclo di vita; il valore varia con modello, durata, mix elettrico e metodo di calcolo. Inoltre, circuiti stampati, display e batterie sono tra i componenti più impattanti; per gli indicatori diversi dal clima, emergono soprattutto uso dell’acqua, contaminazione del suolo e inquinamento delle acque. 

Laptop. Fabbricare un pc portatile impiega in media 4-5 volte uno smartphone e questa fabbricazione rappresenta tra il 75-90% delle emissioni di tutto il suo ciclo di vita. Ci sono diverse fonti a supporto che concordano: ADEME calcola 193 kg totali con il 94% in produzione, Apple dichiara 198 kg per un MacBook Pro 14″ con il 74%, uno studio peer-reviewed del 2025 su Sustainability arriva a 286 kg con il 78%. Il divario tra 193 e 286 kg è dovuto a modelli, configurazione, durata, mix elettrico, inclusione dell’alimentatore e confini dell’analisi. 

PC desktop. In generale, nei desktop, la fase d’uso consuma più di un laptop a parità di attività, perché consumano generalmente più energia e spesso funzionano per molte ore. Dipende molto dalla configurazione, dal profilo d’uso nell’uso, e dal fatto che altri modelli e profili di utilizzo possono ribaltare il rapporto. 

La fabbricazione resta comunque la voce principale. Dunque, se un dispositivo viene usato più a lungo, la produzione viene distribuita su più anni e si evita, o si rinvia, la fabbricazione di un sostituto. Un dispositivo rigenerato può evitare, o almeno rinviare, una nuova estrazione e una parte della produzione di un dispositivo nuovo. Allungare la vita di un prodotto non elimina ogni impatto, ma evita la produzione completa di un nuovo dispositivo e riduce la pressione sulla domanda primaria.

Conviene davvero cambiare dispositivo ogni volta che esce un nuovo modello?

Se la produzione pesa così tanto, la conseguenza è inevitabile: sostituire un dispositivo funzionante con uno più efficiente, quasi mai conviene, dal punto di vista climatico.

Lo hanno quantificato l’Öko-Institut e la Fraunhofer IZM in uno studio per l’Agenzia federale tedesca per l’ambiente. 

Prendendo un notebook con un guadagno di efficienza realistico del 10% nel modello nuovo, la sostituzione si ammortizza solo dopo 33-89 anni. Anche ipotizzando un miglioramento irrealistico del 70%, servono 13 anni.

Sostituire un dispositivo funzionante con uno solo “un po’ più efficiente”, non ripaga in termini climatici entro la vita tipica del prodotto. La conclusione degli autori è che “il costo ambientale della produzione di un notebook è così alto che non può essere ammortizzato da una maggiore efficienza energetica in tempi realizzabili“.  

Un altro studio, pubblicato su Communications Earth & Environment nel 2026 ha stimato che gli utenti di smartphone con pratiche circolari (riuso e passaggio del dispositivo a un secondo utilizzatore) riducono l’impronta individuale annua media del 34%, da 11,9 a 7,9 kg CO₂e. In uno scenario in cui il 25% degli utenti adottasse questi comportamenti, la domanda di nuovi dispositivi diminuirebbe del 15% e le emissioni manifatturiere del 14%.

Se il riuso diventasse la norma, vedremo una riduzione di circa un terzo della domanda di produzione.

Secondo l’Öko-Institut, portare un portatile da 5 a 10 anni di vita fa risparmiare 197 kg di CO₂ equivalente e 295 euro. Portare uno smartphone da 2,5 a 7 anni ne risparmia 98 e 242 euro. E riparare batte sempre sostituire: l’analisi di ciclo di vita del Fairphone 4 condotta da Fraunhofer IZM mostra che sostituire un display si ammortizza in poco più di un mese di utilizzo, una batteria in meno di due.

Una valutazione Fraunhofer del 2025  stima risparmi rispetto a un ciclo di vita convenzionale pari a:

  • 37% per uno smartphone riutilizzato;
  • 31% per un laptop ricondizionato;
  • 18% per un pc desktop ricondizionato.

Tutte percentuali che dipendono da durata aggiuntiva, riparazioni, trasporto, sostituzione della batteria etc, ma indicano chiaramente la direzione del ricondizionamento e riutilizzo.

Le geografie nascoste dei materiali tra miniere, raffinerie e lavoro invisibilizzato

Dentro i nostri smartphone, ma anche pc ed auto elettriche, ci sono geografie mondiali frammentate. Le miniere da cui i materiali arrivano, possono trovarsi in Africa o Australia, la raffinazione viene fatta in Cina o in altri paesi asiatici, l’assemblaggio finale altrove e il mercato di vendita in Europa o Nord America. 

Ho cercato di scoprire, materiale per materiale, da dove vengono e che giri immensi fanno. 

Cominciamo dal cobalto, indispensabile per le batterie. Secondo il Mineral Commodity Summaries 2026 dello U.S. Geological Survey, nel 2025 la Repubblica Democratica del Congo ha prodotto circa 230.000 tonnellate di cobalto, pari a circa il 74% della produzione mineraria mondiale; l’Indonesia è seconda con 44.000 tonnellate, circa il 14%. 

Ma estrarre e raffinare, sono la stessa cosa? No. Secondo Il Cobalt Institute, la Cina è il principale produttore di cobalto raffinato (79%) e, per le terre rare magnetiche, nel 2024 concentrava il 60% dell’estrazione, il 91% della raffinazione e il 94% della produzione di magneti finiti. Quanto può essere vulnerabile una filiera così concentrata?

Il resto della mappa, sempre con i dati di USGS 2026, ci racconta che:

  • Nel 2025 il rame estratto proveniva soprattutto da Cile (23%), RDC (14%) e Perù (12%); la raffinazione, invece, era molto più concentrata in Cina
  • Il litio da Australia (32%), Cina (21%), Cile (19%), Zimbabwe(10%) e Mali a seguire. La produzione africana di litio sta crescendo rapidamente con una significativa presenza di capitali e imprese cinesi;
  • Il tantalio, il metallo dei condensatori, quello che rende possibile miniaturizzare un telefono: il 52% viene dalla RDC e un altro 16% dal Ruanda, due terzi della produzione mondiale, concentrata in una regione segnata da conflitti e instabilità, che rende la filiera particolarmente esposta a rischi di tracciabilità, finanziamento dei gruppi armati e violazioni dei diritti umani.

Un telefono contiene quantità minuscole di questi metalli, ma per ottenerle bisogna muovere enormi volumi di roccia. Secondo una stima di material footprint, per un telefono da 129 grammi possono essere necessari circa 34 kg di risorse materiali lungo la filiera: oltre 260 volte il suo peso.

Secondo il Report di Benchmark Mineral Intelligence per Cobalt Institute, oggi l’estrazione artigianale è circa l’1-2% della produzione congolese. La capacità industriale è esplosa e i prezzi sono crollati. E perché, come segnala l’iniziativa intergovernativa EITI in un rapporto del novembre 2025, una parte di quella produzione viene semplicemente dichiarata come industriale, con “supervisione debole, dichiarazioni errate diffuse e tracciabilità limitata“. Restano comunque, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre 100.000 lavoratori artigianali e più di 6.200 bambini registrati nel sistema di monitoraggio del lavoro minorile, con un reddito medio intorno ai 7-8 dollari giornalieri. 

Ma le violazioni meglio documentate degli ultimi tre anni, sono nelle miniere industriali. Amnesty International e l’organizzazione congolese IBGDH, in un’inchiesta del settembre 2023 basata su oltre 130 interviste, documentano sgomberi forzati intorno a progetti minerari di Kolwezi; Strutture distrutte, persone sfollate e compensazioni minime. 

E poi c’è il dato più recente, un’indagine di monitoraggio di una ONG con Source International, RAID, AFREWATCH e l’Università di Lubumbashi, che ha campionato acque, sedimenti e pozzi domestici rilevando rame, PM2.5 e altri materiali presenti in concentrazioni che sono decine di volte superiori oltre ogni linea guida OMS. Nella stessa regione, uno studio caso-controllo su The Lancet Planetary Health ha trovato che il fattore più fortemente associato ai difetti congeniti nei neonati, era il lavoro minerario del padre.

Vale anche la pena leggere “The False Promise of Responsible Mining”, dove la Fondazione Heinrich Böll, presentauna critica politica e metodologica ai sistemi volontari di certificazione che non garantirebbero un livello sufficiente di indipendenza, trasparenza e accountability. 

Il costo umano non si ferma alla miniera. Nell’elettronica lavorano circa 17,4 milioni di persone secondo un rapporto ILO del 2025, il 78% in Asia-Pacifico e il 56% donne. Lo sfruttamento del lavoro si riscontra anche nelle filiere di assemblaggio.

Ad esempio, nello stabilimento di assemblaggio di iPhone più grande al mondo, a Zhengzhou, China Labor Watch ha documentato nel settembre 2025, che oltre metà della forza lavoro, lavorava dalle 65 alle 130 ore di straordinario al mese in alta stagione, che gli vengono pagati l’equivalente di 1,7 dollari l’ora e non hanno diritto a  nessuna visita medica per chi lavora esposto a sostanze pericolose come toluene e xilene.

Usato, ricondizionato e rigenerato: quali sono le differenze? e come fanno la differenza?

In Italia, i termini ‘ricondizionato’ e ‘rigenerato’ sono termini commerciali spesso usati  come sinonimi, anche se il livello dei controlli può variare molto da un operatore all’altro.

👉​ L’usato venduto tra privati non ha controlli né garanzie: può essere un’ottima scelta, ma il rischio di verificare lo stato del dispositivo ricade interamente su chi compra. 

👉​ Il ricondizionato (o rigenerato, è lo stesso) è un dispositivo non nuovo sottoposto da un operatore professionale a test, pulizia, riparazione dove serve, cancellazione dei dati e controllo qualità, rivenduto con garanzia. 

Un dispositivo rigenerato eredita gran parte dell’impatto già “speso” da chi lo ha usato prima. Su questo i dati che abbiamo già visto sono numerosi, solidi e vengono anche da fonti pubbliche e indipendenti, non solo dai venditori.

Lo studio ADEME,condotto dall’agenzia ambientale francese su un paniere di prodotti ricondizionati, ci racconta come uno smartphone ricondizionato riduce l’impatto ambientale del 77-91% per anno di utilizzo a seconda dell’indicatore considerato, con un -87% sul cambiamento climatico, evita 82 chili di estrazione di materie prime e 23 chili di CO₂ equivalente per dispositivo all’anno. I benefici restano anche quando durante il ricondizionamento vengono sostituiti schermo e batteria.

Il ricondizionato è di gran lunga la scelta migliore tra quelle disponibili quando dobbiamo comprare. La gerarchia migliore da seguire è la solita: la piramide dei rifiuti. Ovvero tenere quello che già si possiede, ripararlo, e solo poi comprare ricondizionato. Tenere il dispositivo che si possiede già, è l’unica opzione senza effetto rimbalzo, e il ricondizionato è in un ottimo secondo posto.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel Global Critical Minerals Outlook 2026, stima che oggi il riciclo copre in media circa il 10% dell’approvvigionamento dei principali minerali energetici e che con le politiche attuali potrebbe arrivare a quasi il 20% entro il 2040. Di questo 10% non esiste un unico “tasso medio” applicabile indistintamente a litio, rame, cobalto, nichel e terre rare. Non significa che l’80% dei materiali oggi utilizzati finirà necessariamente in discarica. Una parte resterà incorporata in prodotti ancora in uso, una parte sarà tecnicamente difficile o economicamente non conveniente da recuperare, e una parte andrà persa nei processi.

Per molte persone, scegliere un dispositivo ricondizionato è anche (e soprattutto!) una scelta di risparmio economico. Altroconsumo ha calcolato un risparmio medio del 30% (con gli smartphone tra il 35 e il 58%)  a seconda del taglio di memoria.

Da dove arriva un dispositivo rigenerato?

I flussi tipici sono tre: 

  • resi commerciali da clienti che hanno cambiato idea;
  • dispositivi aziendali dismessi;
  • prodotti ritirati con programmi di permuta.

Le aziende cambiano il parco macchine con una certa frequenza, anche per agevolazioni fiscali e di gestione, gli operatori specializzati le intercettano tramite dismissioni dirette o grossisti (prima che diventino rifiuti elettronici!) le testano componente per componente, spesso le potenziano (più RAM, un SSD al posto del vecchio disco) e le rimettono sul mercato con garanzia.

Dal 1° gennaio 2025 sono in vigore gli emendamenti sull’e-waste della Convenzione di Basilea: tutti i rifiuti elettronici, anche quelli non pericolosi, sono soggetti a consenso informato preventivo per i movimenti transfrontalieri. Con il Regolamento (UE) 2024/1157, l’esportazione di rifiuti elettronici dall’UE verso Paesi non OCSE è del tutto vietata. Il che significa che l’unica strada legale per far uscire un portatile dall’Europa è dimostrare che non è un rifiuto

 

Il progetto europeo CWIT, condotto con INTERPOL e le Nazioni Unite, ha rilevato che i rifiuti elettronici gestiti male dentro l’Europa, sono oltre 10 volte quelli esportati, e che il 70% di ciò che usciva dall’UE, erano apparecchi funzionanti. Le stime recenti lo confermano: secondo il WEEE Forum, del 32% di RAEE europei che non entra nei canali ufficiali, il 13% si perde nel rottame metallico, l’8% nell’indifferenziato, il 6% nell’export per riuso e il 5% nell’export illegale

Di recente, refurbed ha fatto uscire un documentario intitolato: “FIXED – Accra’s Answer to Europe’s E-Waste. A refurbed documentary” dove uno dei fondatori dell’azienda è andato personalmente a vedere cosa succede ai rifiuti elettronici europei che arrivano in Ghana anche tramite flussi illegali ed escamotage.

Perché ho scelto di collaborare con refurbed

Questo articolo è realizzato in collaborazione con refurbed (ADV) e trovo giusto che sappiate esattamente cosa ho verificato e perché ho deciso di collaborare con loro.

refurbed è il marketplace di ricondizionati più esteso d’Europa. refurbed è una piattaforma che mette in vetrina oltre 400 operatori professionali europei che ricondizionano dispositivi elettronici in oltre 24 paesi.

Da Luglio 2024 sono una B Corp certificata, con un punteggio di 89,2 contro una mediana di 50,9 per le aziende ordinarie. Niente male, direi! 

Le condizioni di vendita sono pubbliche e precise: quattro classi di condizione con soglie minime di batteria dichiarate, possibilità di acquistare con batteria nuova, 30 giorni di reso gratuito.

La loro metodologia di calcolo degli impatti è pubblicata (cosa che quasi nessun concorrente fa!) e copre il 66% dei prodotti venduti nel 2025. Qui c’è anche il loro calcolatore per stimare energia, acqua ed emissioni evitate, che utilizza una metodologia pubblica.

Nel loro Report di Sostenibilità del 2025, raccontano che uno smartphone ricondizionato evita in media l’82% delle emissioni di CO₂, l’86% del consumo idrico virtuale e il 76% dei rifiuti elettronici rispetto a un nuovo equivalente. Sono cifre per dispositivo: valgono nella misura in cui quell’acquisto sostituisce davvero un acquisto nuovo, con tutte le cautele del paragrafo sull’effetto rimbalzo.

Un altro paio di cose che mi hanno positivamente colpita sono queste:

La prima, è che refurbed dichiara 33.122 tonnellate di CO₂ equivalente causate nel 2025 e 129.000 evitate, senza sommarle o compensarle tra loro, che è metodologicamente corretto e insolitamente rigoroso. Inoltre, è un’azienda che non rivendica alcuna neutralità climatica (perché lo sappiamo che l’impatto zero non esiste, no?)

La seconda, è l’impegno politico. refurbed è iscritta al registro dei rappresentanti di interessi del Bundestag e a quello di trasparenza dell’UE, segue otto dossier di economia circolare, è membra della European Refurbishment Association con un cofondatore nel consiglio direttivo e aderisce a Right to Repair Europe. È un impegno di dimensioni contenute, che può e dovrebbe crescere, ma apprezzo la trasparenza e la direzione. 

Che cosa è meglio fare?

Sostenibilità con approccio sistemico, significa questo: guardare ad un oggetto e vedere l’intera catena che lo ha prodotto, e quella che lo aspetta dopo che non useremo più. Prendersi, ovunque possibile e praticabile, la responsabilità di fare del proprio meglio con scelte più responsabili.

Quali sono gli interventi sistemici, collettivi e individuali da mettere in atto per migliorare?

  • evitare acquisti non necessari;
  • progettare beni più durevoli, riparabili e aggiornabili;
  • privilegiare riuso, condivisione, ricondizionamento e riutilizzo dei componenti;
  • riciclare ciò che non può essere mantenuto in uso;
  • smaltire in sicurezza ciò che resta.

Il riciclo è indispensabile, ma come gestiamo i rifiuti, arriva dopo la prevenzione e il mantenimento del valore dei prodotti. Sappiamo, che come la raccolta differenziata, non è una soluzione perfetta: molti materiali perdono qualità, alcuni prodotti sono difficili da separare e una parte dell’energia e della materia incorporata va comunque perduta. Se l’economia continua ad aumentare rapidamente il consumo di risorse vergini, i miglioramenti della raccolta e del riciclo possono non essere sufficienti a ridurne l’impatto complessivo.

Scegliere un dispositivo rigenerato fa tre cose insieme:

  • Riduce la domanda di nuova estrazione mineraria;
  • Evita, dispositivo per dispositivo, centinaia di chili di CO₂ e migliaia di litri d’acqua;
  • Sostiene i nuovi green jobs e filiere di lavoro che in Italia potrebbero generare molta più occupazione se le condizioni di mercato e normative lo permettessero.

Il computer o lo smartphone che “non servono più” non sono rifiuti, ma risorse che aspettano solo che dalle istituzioni, alle aziende, ai governi, ai cittadini, ogni realtà e persona faccia la propria parte. 

Se stai pensando a un pc portatile ricondizionato, qui trovi la selezione di cui parlavo

Grazie per aver fatto arrivare la vostra curiosità e il vostro impegno, sino a qui.

Green Newsletter